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Il Poeta Ingegnere

Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnereA Montemurro, in quella che egli definirà “la dolce provincia dell’Agri, nacque il 9 marzo 1908 Leonardo Sinisgalli, “il poeta delle due muse”, l’ingegnere amante dei versi che sempre tentò di superare la dicotomia scienza-belle lettere.

La vita di Sinisgalli

Movimentata e a tratti avventurosa fu la sua vita: fu un brillante studente, tanto che persino Enrico Fermi volle chiamarlo a far parte della sua squadra di via Panisperna. La vocazione di Leonardo erano però i versi, anche se le scienze non smisero mai di occupare un ruolo di primo piano nella sua vita. Fu un genio eclettico e poliedrico: pubblicista, narratore, illustratore.

Visse gli anni del fascismo e quelli di crisi del dopoguerra; l’estro creativo che lo contraddistinse venne stimolato dalle molteplici esperienze di vita. Memorabile lo slogan di sua invenzione, “camminate Pirelli”, in cui giocava a rendere transitivo un verbo che non lo è.

La poetica di Sinisgalli

L’essenza della poesia sinisgalliana è sostanzialmente riconducibile al verso: “vidi le muse su una quercia secolare che gracchiavano”. Il poeta si meraviglia dell’incontro con questi esseri ancestrali, lo scenario è assimilabile a quello dell’antica Grecia, per definire la quale si sovrappongono i ricordi dell’agreste paese natio (ricordi che sono un motivo ricorrente di tutta la sua produzione poetica).

Le sue liriche giungono a noi collezionate nelle raccolte “Vidi le muse”, “Mosche in bottiglia”, “I nuovi Campi Elisi”, “Dimenticatoio”.

Sinisgalli, Montemurro e la razionalità cosmica

Il rapporto del genio lucano con Montemurro non fu sempre cristallino. Egli ufficialmente non l’amava, ma la sua ombra e il suo ricordo aleggiavano nei suoi versi, in un retaggio da cui non volle mai liberarsi. La Musa era sua compagna fedele, ma pian piano diveniva decrepita, ed egli stesso si definiva reumatico, soggetto al tempo. Ma baluginava in lui un pensiero sull’essenza dello zero che lo teneva desto, un ultimo disperato tentativo di compenetrazione tra la cultura scientifica e quella umanistica.

Le scienze sono per il poeta un porto sicuro al quale attraccare, gli forniscono, specie la matematica (che egli definì “modello impenetrabile alla malinconia), il senso della razionalità cosmica. È quasi come se l’indagine scientifica stemperasse l’inquietudine del reale e l’incanto del quotidiano ne arginasse lo truggimento. Tali convinzioni non lo abbandonarono neanche negli ultimi anni, quando, pur sopravvenuto il disincanto, egli continuò a cercare e ricercare l’essenza dello zero.

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