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La Brigantessa

Maria Rosa Marinelli, la brigantessaCom’è noto, il fenomeno del brigantaggio giocò un ruolo cruciale nella vita della Val d’Agri e della Basilicata postunitarie. Ci si sofferma di rado però sul ruolo rivestito dalla figura femminile nelle bande di briganti locali.

Le brigantesse

Occorre dire che in generale, se da un lato esisteva la donna del brigante, moglie o fidanzata di uno dei briganti gregari, che viveva nei paesi svolgendo la funzione di sentinella o fiancheggiatrice, dall’altro c’erano le brigantesse che vivevano col gruppo in clandestinità, partecipando attivamente alle azioni e godendo di maggior rispetto, soprattutto se erano le donne dei capibanda, come nel caso di Maria Rosa Marinelli.

Le donne costrette con la violenza a seguire i briganti vivevano una sorta di prigionia: per la vergogna di essere state violate, esse non facevano ritorno alle proprie famiglie, continuando a vivere sotto la sorveglianza dei briganti stessi.

Chi era Maria Rosa Marinelli

Diversamente da quanto a lungo tramandato, invece, Maria Rosa Marinelli non fu espressamente vittima del brigantaggio. Tutt’altro. Lo testimoniano gli studi di Serena Carrano esposti nell’opera “Maria Rosa Marinelli, fiore di bellezza tra i briganti”.

Maria Rosa era una giovanissima contadina originaria di Marsicovetere, che al tempo della sua “militanza” (tra il 1862 e il 1864) non aveva compiuto vent’anni.

Le testimonianze non parlano di lei come di una donna crudele, né tantomeno di una prostituta: era promessa sposa di Angelo Antonio Masini ancor prima che questi si desse alla macchia per sfuggire al servizio di leva. Tuttavia, in assenza del capobanda, Maria Rosa prendeva spesso le redini come luogotenente e capeggiava gli altri uomini del gruppo.

La vicenda giudiziaria

Alla morte di Masini in uno scontro armato a Padula, Maria Rosa si consegnò alla polizia. La pena prevista per il tipo di reato era di venti anni, ma il sottotenente Polistina, suo difensore, riuscì a ribaltare le accuse presentandola come vittima innocente, che agiva in regime di costrizione.

Scagionata dal tribunale militare, non ottenne tuttavia lo stesso dalla giustizia civile: il giudice di Viggiano la incriminò e il tribunale sancì la sua colpevolezza condannandola a quattro anni di reclusione per “associazione di malfattori, estorsione, sequestro di persona e lesioni”.

Scontata la pena poté tornare a vivere a Marsicovetere e sposarsi, confortata dall’affetto dei compaesani.

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